A come ALCHIMIA (prima parte...)

Parigi. Di presso a un capodanno di tanto tempo fa... 19 gli anni i miei...

Ho da poco lasciato il caldo dell’alberghetto che abito in questi giorni ancora acerbi di vacanza alla Rive Gauche. Passeggio solo, in una tarda mattina d’inverno limpida di freddo e joie de vivre; delicatissima nella sua luce grigia, tenue di cielo che promette un po’ di neve...

Ho appena detto una sciocchezza: no, non sono solo, con me ci sono Sergio e Stefano, mentre Francesco è via per un appuntamento con una bella americana conosciuta il giorno avanti credo al Louvre, le farà da cicerone fra il Pere Lachaise e il Musée d’ Orsay, dove vivono per sempre i capolavori degli impressionisti...

Dico la verità: perché man mano che ci avviciniamo a quella che è la nostra meta, i discorsi sciapi, le risa, gli amici cari, carissimi accanto a me, di colpo iniziano a scemare: si fanno diafani, inconsistenti, ancora lì ma già lontani, come tutto il resto d’altra parte...

Un brivido mi stringe nel carapace di un giaccone da marinaio che indosso sopra i jeans e il maglione bianco a collo alto.

Anche la gente che sfioravo, vedevo, udivo poco prima, smette come di essere (dopo essersi fatta silenziosa quasi, e trasparente). Le auto, i ponti, le case. E’ tutta la città che si ritrae...

Avanzo in una sorta di “crepuscolo” ovattato che m’inghiotte e mi fa suo. Non è la prima volta che mi capita. Ci sono abituato, e so che quando arriva qualche cosa lo vuol dire.

E’ la dimensione mia più vera questa, anche se ancora non la so nemmeno nominare: quella dove conosco per davvero, quasi ricordassi.

Sogno ad occhi aperti. Possessione lucida. Totale straniamento. Lucidità assoluta. Come sia, la via maestra per entrare nel cuore più profondo delle cose e farle mie; dico di quelle cui già appartengo anche se ancora non lo so.

Dico di quelle cui appartengo, e basta.

Notre Dame de Paris è vicina, vicinissima, è ormai c’è solo lei. Lei sola, chiara e perfettissima.

Mi abbandono, e lascio che sia una parte liminare della mente a gestire la pura orizzontalità -dare e avere, dialogare e fare finta d’essere presente, come sempre- mentre mi raccolgo nel profondo di me stesso e acuisco i sensi in maniera esponenziale.

Tutti e SEI, per conoscere e poi meglio rammentare. Tutti e SEI, per aprirmi e lasciare che anche questa lastra “s’impressioni” veramente nella camera oscura del mio spirito...

Un bateau mouche pieno di macchine fotografiche attaccate al collo di turisti tutti uguali sfiora la Senna, ma la Senna non lo sa... Le sue acque placide lambiscono i bastioni dell’Ile, come a carezzare la terra consacrata su cui da sempre è il santuario antico protettore della stessa anima metropolitana. E per ciò eretto dapprima a divinità innominabili ed alla Grande Madre, poi dunque alla Madonna ed infine alla Vergine celeste; tutti modi differenti per dire dell’eterno femminile; forza vegetativa e potenziale racchiusa in ogni cosa...

Io e LEI ci conosciamo, ma è solo una cosa da libri e da scolari, ancora. Non ci siamo mai incontrati. Questa è la prima volta vis-a-vis... L’accosto da dietro, dove i mille contrafforti e gli archi a ogiva giocano coi doccioni a rendere leggera come panna questa montagna edificata di pietre e rocce arcane.

Dal ponte, scorgo ai limiti del campo la Tour Saint Jaques, non capisco come anch’essa a fuoco come la grande cattedrale... Eppure sono qui per lei, per lei soltanto... Quale il legame?

Ecco, sono nel sagrato. Mi lascio andare, e le mille sensazioni ed i ricordi letterari irrompono all’unisono, gotici tutti: e così memoria, vista ed immaginazione si fondono e spazio e tempo non ci sono più. Inizio a vagare, cullato da una melodia che son certo di udire solo io...

No, è reale invece, e viene dalla chiesa.

“Entriamo”, dico.

E’ chiuso, il portone principale è chiuso.

“Facciamo il giro allora, m’è sembrato di vedere una porticina che sbatteva, proprio laggiù...”.

La troviamo, quasi nascosta nelle volute di pietra proprio mentre un frate scalzo nei sandali e paffutello la sta per traversare in gran silenzio. Dall’apertura si fa nitido un canto gregoriano che sfavilla... “La prego padre... S’il vous plait... Un poco, un po’ soltanto...”. “Non, c’est ne pas possible... Ci sono le prove del coro per la messa di fine anno...”. “E’ quello che voglio sentire, je vous emprie!!!”. E gli prendo una mano con le mie... Mi guarda dentro, capisce, si apre in sorriso luminoso mentre emula il mio gesto e le mani ci si stringono fortissimo... “D’accord! Mais fait silence, silence le plus absolut, mon fils...!” “Ci può contare, padre... Absolutement!”.

Sergio non viene. Dice, non vuole disturbare... Stefano nicchia, l’amico non parla francese e “forse non è il caso” sussurra da lontano. Ok. Li congedo che tentennano con un “qui fra un’ora”, e inforcata la porta dietro al frate, nell’ombra più assoluta, soffusa, arriviamo al centro della navata principale in una nuvola d’incensi.

E’ un attimo di quiete che assaporo...

Mi invita a sedere e poi sparisce chissà dove (ma c’era mai stato?), mentre il canto ricomincia, incredibile nella sua maestosità solenne. Il cantor intona, e assieme a lui la monodia diatonica del coro, riprende ritmica, possente: come il cuore palpitante del tempio tutt’intero. Il plasma energetico m’afferra e non posso stare fermo, vago... Giro fra le colonne come in estesi, e tutto guardo e tutto vedo; che qui ogni cosa è di un nitore assoluto.

Le vetrate, incredibili.

Le glittiche e le sculture, impensabili.

Mostri, angeli, demoni, personaggi della Bibbia e storie medievali di Parigi. E via via tutto il resto...

Sistole diastole... Te Deum Kirielyson... Sistole diastole.

E’ tutt’un’atmosfera che s’invera... Un’atmosfera unica piena d’assoluto ed infinito che entra in me dalle più piccole cose, s’espande e non mi lascia...

E l’ora vola e io con lei, trascinato leggerissimo a volteggiar tra le volute...

E’ tempo di tornare a ricercar gli amici, prima di perdermi del tutto...

Li scorgo mescolati alla folla intirizzita, puntuali. Sto per uscire dal “crepuscolo” e ritornare nello spazio/tempo convenzionali solamente. Do le spalle alla chiesa, mentre mi balocco a pensar Quasimodo che abbracciato ad Esmeralda tra le garguilles, dal campanile mi guarda andare via... Per cercarlo (sciocco!) mi volto ed alzo un poco gli occhi, ma è un’altra immagine quella che mi coglie.

Una donna, ancora. Una dama bianca di pietra lavorata a sbalzo. Una donna strana, solenne tuttavia, con lo sguardo fisso che traguarda l’infinito... Siede in uno scranno imperturbabile. Acque celesti le toccano il capo, i piedi ben saldi sulla terra, la scala dei saggi innanzi. La scala dei saggi e un libro chiuso e un libro aperto in una mano, mentre l’altra stringe lo scettro gigliato della regalità. Vi colgo la stessa armonia, lo stesso diapason di quel che era successo poc’anzi nella cattedrale. Solo che non so capire perché, e non mi va... E’ troppo!

Voglio tornare alla mia età e basta.

Voglio uscire e scherzare con gli amici.

Voglio...

Sì... Credo di esserci riuscito. Cammino, faccio l’idiota e mi pare pure venga bene...

Ma quella musica, quella donna, quelle colonne, quell’armonia, ormai sono lì ed io lo so.

No... Non posso più scappare. Anche perché quella signora misteriosa -la vera regina della cattedrale e dei suoi segreti millenari- io...

...Io la conosco! (continua...)


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